Il metodo funziona
Ma se mi serve per funzionare, non è libertà
Meditare, respirare in un certo modo, assumere una postura precisa, seguire una pratica: tutto molto utile, può davvero mettere ordine nella mente, renderla più stabile, più chiara, più calma. Mac’è un ma: se sto bene solo quando medito, solo quando respiro in un certo modo, solo quando le condizioni sono “giuste”, allora cosa succede quando non ci sono? Cosa resta, quando la pratica non c’è, quando la giornata è caotica, quando la vita non collabora?
Forse vi è già capitato di sentirvi a disagio o irritati semplicemente perché non siete riusciti a fare la vostra pratica, qualunque sia. È un segnale sottile ma da non ignorare, perchè ci dice che ancora una volta dipendiamo da qualcosa per sentirci OK. Ogni volta che cerco solo di stare “ok”, creo automaticamente paura di non esserlo.
In altre parole, se la calma dipende da qualcosa che faccio, allora la sua assenza diventa una minaccia. Non importa se quell’ordine arriva da una tecnica, da un insegnante, da una routine di allenamento o da una forma spirituale raffinata: se senza tutto questo torno nel caos, allora non sono libero, sono dipendente. Il paradosso centrale del cammino interiore: il metodo è necessario, ma non è la liberazione.
C’è un’altra domanda scomoda che vale la pena porsi: cosa succede se uso la meditazione per evitare la vita invece che per incontrarla? La pratica può darci un senso di controllo sul sistema mente-emozioni, ma questo non significa automaticamente renderla libera. Pace, luce, beatitudine, espansione, sono esperienze bellissime, profonde, magari ci lasciano diversi. Ma ogni esperienza, per quanto alta, ha un inizio e una fine. Quando finisce, cosa rimane?
L’illuminazione non è uno stato speciale da mantenere, è vedere chiaro in modo stabile.
Avete mai notato quanto sia facile sentirsi un po’ speciali dopo una bella esperienza interiore? Più silenziosi degli altri, più consapevoli, un passo avanti. Quella trappola sottile di “io sono spirituale”, “io ho capito”, “io so”, che diventa quello che chiamiamo malamente “ego spirituale”, che non è il grande nemico da combattere - se lo attacchiamo, si rafforza - e non serve nemmeno far finta che non esiste - se lo neghiamo, si maschera meglio.
Allora perché praticare? Non per diventare “meditatori”, non per collezionare stati interiori, non per costruire un’identità più raffinata. Non vogliamo essere migliori, vogliamo essere liberi, ma la libertà non consiste nel rifiutare il metodo, piuttosto nel non usarlo come rifugio.
Pratica, onora il metodo e la tradizione che lo custodisce, ma osserva attentamente quando stai iniziando ad aggrapparti, quando la pratica diventa una stampella invece che un’apertura. La libertà non è assenza di struttura; è assenza di dipendenza.
Quando ci sediamo a usare un metodo, non è per scappare dalla realtà ma per entrarci completamente e viverla. La via non è evitare la nostra umanità, le emozioni, il disordine, le contraddizioni, ma abbracciarle, senza più difenderci continuamente. Forse quella pace interiore non è qualcosa da raggiungere, ma ciò che rimane quando smettiamo di proteggerci dalla vita.
Dovunque tu sia, che ogni passo ti riporti a Casa.
🕊Chiara Chandradevi
🗣 Vi sento: si, ok, ma come si fa?
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riflessione impeccabile ! un bacio . Amalia .