Condividere quello che conta
La ricerca interiore è solitaria ma le connessioni vive aprono nuovi orizzonti
Questa mattina ho ricevuto un canto e un messaggio.
Me lo ha inviato un compagno di ricerche interiori, conosciuto durante un’iniziazione poco più di un anno fa. Un canto complesso, stratificato, potente, che accompagnava un momento di coscienza espansa che lui aveva vissuto e che ha voluto condividere.
Non sono una linguista, anche se a volte ho la sensazione di esserlo stata. Ascoltandolo, qualcosa si è messo in moto in modo immediato: una sorta di riconoscimento frammentario, come se il suono attivasse una memoria che non è del tutto mentale. Ho iniziato a isolare parole, radici, ripetizioni. E in poco tempo è ho scoperto che si tratta di un canto del buddhismo Vajrayāna: Uṣṇīṣa Vijaya Dhāraṇī.
Da lì si è aperta una seconda corrente di memoria.
Mi è tornato alla mente che uno dei miei mentori, Kriyāyogācārya Satyanandaji, mi aveva accennato anni fa a una possibile radice comune tra alcune correnti Siddha e una parte del buddhismo tantrico. All’epoca avevo raccolto l’informazione senza trattenerla davvero. Non perché non fosse interessante, ma perché arrivava dentro un flusso più ampio, difficile da ordinare. Eppure, come spesso accade con certe intuizioni, l’impressione era rimasta sotto la superficie.
Arriva per tutti il momento in cui lo studio delle tradizioni spirituali smette di essere una ricostruzione storica e diventa qualcosa di più sottile: un riconoscimento, non tanto di concetti, ma di atmosfere.
Nel Vajrayāna, nella tradizione Siddha, nei linguaggi del tantra indiano, si incontrano spesso strutture simili, pratiche di trasformazione del respiro, lavoro sul corpo sottile e soprattutto un’idea comune: che la coscienza non sia un oggetto statico, ma qualcosa che può essere attraversato, purificato, ampliato.
Ci sono differenze non tanto nelle tecniche, quanto nel modo in cui queste esperienze vengono pensate e descritte.
Da una parte c’è il linguaggio buddista in cui śūnyatā, la vacuità, è priva di esistenza indipendente, anche ciò che appare come consapevolezza. Dall’altra, nel linguaggio dei Siddha, emerge spesso l’idea di uno spazio infinito, vettaveli, che non è solo assenza ma anche presenza, apertura viva.
Come se stessero indicando lo stesso bordo da due direzioni diverse: uno lo fa sottraendo ogni sostanza, l’altro ampliando fino a dissolvere i confini. Forse il nodo è accorgersi che entrambe nascono da un punto in cui il linguaggio inizia a perdere presa, quella soglia in cui le categorie, i nomi e le forme, diventano meno stabili.
In questi momenti ritorna anche la figura del maestro, o del siddha, o del Mahāsiddha, le figure che attraversano tutte queste tradizioni e che sembrano appartenere meno alla storia e più a una grammatica interiore della trasformazione.
Non è necessario decidere se siano reali nel senso biografico o simbolico, sembrano funzionare come punti di condensazione, immagini attraverso cui una certa qualità di coscienza diventa pensabile.
Anche Sūnyatā e Vettaveli, più che due concetti sembrano due movimenti della stessa esperienza: uno che sottrae, l’altro che espande, uno che impedisce alla mente di fissare qualcosa, l’altro che impedisce al vuoto di diventare sterile.
Non so dove porti la mia curiosità, che poi mia non è.
Ma so che alcune domande non tornano perché devono essere risolte, ma perché devono essere riascoltate da un punto diverso.
Qui, in modo eminentemente pratico, la distinzione tra studio e esperienza diventa meno chiara, non scompare ma si sposta in sottofondo, a sostegno della vita stessa momento per momento.



